I fratelli Marabotto, mugnai per una vita, autoproduttori per abitudine.

Una foto dei fratelli Marabotto da giovani.
Una foto dei fratelli Marabotto da giovani.

La pala del mulino scorre grazie al passaggio dell'acqua.
La pala del mulino scorre grazie al passaggio dell’acqua.

Giovanni Marabotto e la sua damigiana d'aceto.
Giovanni Marabotto e la sua damigiana d’aceto.

Giovanni (all’anagrafe Andrea) e Romano Marabotto non si sono mai sposati. Vivono assieme da sempre e da sempre lavorano assieme. Sono due fratelli settantenni di Caraglio (CN). La loro è una famiglia di mugnai da almeno tre generazioni, ma non hanno eredi. Sul muro del mulino dove loro abitano, preso in gestione dal padre nel 1951, stava scritto “Addio mulino di Caraglio, disperazione dei mugnai: entri con poco, esci con niente”.

Una vita da single.

Ci sediamo in quello che una volta era lo spazio in cui sostavano i cavalli che trasportavano col carro i sacchi di farina. Da poco l’hanno ristrutturata per accogliere i passanti. In un angolo un frigo che contiene solo bevande. Il classico genepì, di Elva, un paesino inerpicato sui monti della vicina Valle Maira, Fanta, acqua in bottiglia e Crodino. Al piano di sopra c’è il loro appartamento. Romano è silenzioso, lascia parlare il fratello minore, “il monello di famiglia”, pieno di entusiasmo e voglia di raccontare la loro vita, mischiando l’italiano con piemontese. Nessuno dei due ha fatto le scuole superiori, solo l’altra sorella, Giuseppina, classe 1939, che è diventata ragioniera. “Noi si cercava di accontentare i genitori” spiega Giovanni “abbiamo da sempre aiutato nostro padre a lavorare al mulino”. “Con le donne bisogna perdere tanto tempo” ammette Giovanni. “Noi siamo sempre stati troppo indaffarati con il mulino per trovarci una ragazza. Sono tutte andate dietro agli operai, che avevano uno stipendio fisso e la domenica libera. Noi abbiamo sempre lavorato anche nei fine settimana”.

Il mulino ad acqua.

Giovanni mi porta orgoglioso a vedere il mulino ancora funzionante ad acqua. Grazie ad una serie di paratoie (un sistema per regolare il flusso e quindi la portata di acqua di un canale) mette in moto la pala che fa girare i meccanismi ad essa collegati, fino ad azionare il mulino con macine a pietra per fare la farina. “Fare il mugnaio è una passione, è un cancro che ti prende dentro e non ti lascia più” chiarisce Giovanni. “Ho sempre nel naso il profumo della farina”. Fino al 1966 hanno macinato solo a pietra. Poi sono arrivate anche per loro le macine a cilindri, quelle che permettono di ottenere automaticamente la farina bianca, grazie ad una serie di passaggi che la macina a pietra non può fare.

L’autoproduzione di farina e pane.

Dal 31 dicembre 1995 i due fratelli hanno smesso di lavorare e sono andati in pensione. Ogni tanto al mulino arriva qualche scuola per vedere come funziona. Tutto il sistema serve ora anche per produrre energia elettrica e riscaldare il loro inverni. Giovanni mette ancora in moto le pale per macinare la sua segale che gli serve per fare il pane. Lo cuoce in forni professionali nella zona laboratorio. “Un nostro amico ci ha regalato dei chicchi di segale trovati nella madia di famiglia. Me la faccio seminare, me la macino e mi faccio il pane” racconta Giovanni. “Lavorando quarant’anni nel settore alimentare ne ho viste di tutti i colori. La farina bianca oggi è drogata e il pane pieno di chimica. Preferisco fare tutto da me”. Quello che non riescono ad autoprodurre lo comprano in negozi di prodotti biologici.

L’autoproduzione di aceto.

Giovanni e Romano fanno anche l’aceto. Per se stessi e per gli amici. Lo tengono in una vera e propria acetiera, cioè un grande vaso di vetro dall’imboccatura larga, dotato di rubinetto per spillarlo. “Tutto è nato quando un nostro amico ci ha regalato una madre dell’aceto” racconta Giovanni. “Io ho preso del vino già un po’ acido, che stava in una botte della mia cantina e gli ho messo dentro la madre. Sono passati vent’anni da allora”.

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